Cesare Forni. Il fascista che sfidò Mussolini

Set 14, 2026

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Una delle figure più controverse, complesse e contraddittorie del fascismo padano e dissidente è senz’altro Cesare Forni. Chi era costui?

Cesare nacque a Vispolate, in provincia di Novara, il 17 novembre 1890. I suoi genitori erano Pietro e Rosa Pozzi, ricchi proprietari terrieri della Lomellina. Di carattere intrepido ed irrequieto, il giovane Carlo non perse occasione di arruolarsi, col grado di tenente, nel regio esercito dopo il fatale 24 maggio 1915. Durante le tempeste d’acciaio della Grande Guerra, si distinse in modo particolare nella sanguinosa battaglia della Bainsizza del settembre 1917. Secondo la testimonianza riportata dall’Istituto nastro azzurro, “Forni Cesare, da Vispolate (Novara), capitano reggimento artiglieria montagna, durante tutta l’operazione contro un’importante posizione diede costante e mirabile esempio ai dipendenti di coraggio e sprezzo del pericolo, specialmente sotto il violento bombardamento dell’avversario, e contribuì notevolmente al buon esito dell’azione – Madoni (altopiano della Bainsizza) 29 settembre 1917”. Al termine dell’eroica impresa, fu insignito di una medaglia d’argento e di due bronzi da parte del regio esercito.  L’alleato Regno di Serbia e Montenegro lo decorò addirittura con una medaglia d’oro al valor militare.

L’esperienza squadrista e combattentista

Il turbolento primo Dopoguerra vide Carlo protagonista su vari fronti. Nel 1919 aderì, convinto dall’allora capitano Cesare Maria De Vecchi, ai Fasci di combattimento, ed ebbe un ruolo di primo piano nello squadrismo fascista in Lombardia e Piemonte. Si inserisce in questo frangente la fondazione del giornale Il trincerista. Il 1921 fu, per l’ormai trentunenne Carlo, un anno particolarmente fortunato: a giugno divenne ras dei Fasci di combattimento della Lomellina; subito dopo venne designato rappresentante per la Lombardia al congresso fondativo del P.N.F. (del quale entrò subito a far parte come membro del comitato centrale); il 7 dicembre, infine, fu eletto capo della federazione provinciale fascista di Pavia.

Arriviamo così al 1922. Durante lo “sciopero legalitario” di agosto, Cesare fu fra i protagonisti del violento assalto a Palazzo Marino, sede del Comune di Milano. In occasione del fatale 28 ottobre partecipò alla Marcia su Roma in qualità di rappresentante delle squadre fasciste del “triangolo industriale”. Nel frattempo, la sua ascesa politica continuava irresistibile: dal settembre 1922 al gennaio 1923, ricoprì la carica di ispettore generale per la prima e la seconda zona (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto) della Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale e, dal febbraio al maggio del 1923, fu comandante di prima zona della città di Torino. Risale a quello stesso anno anche l’elezione a sindaco di Vigevano.

Il fascista dissidente

Tuttavia, sotto i suddetti onori ed oneri, cresceva nell’animo di Cesare il fuoco del purismo ideologico e dell’intransigenza politica. Atteggiamenti che, in un primo tempo, si manifestarono contro i nuovi ingressi: chi saltava sul carro del vincitore senza una solida militanza fascista alle spalle era immediatamente bollato come un opportunista e un carrierista. Assai netta fu anche l’opposizione alle alleanze con forze politiche moderate ed estranee all’esperienza fascista, la cui azione veniva giudicata da Cesare “molto dubbia ed infida nei confronti del Fascismo”. L’ostilità verso quadri e vertici raggiunse il parossismo con un episodio epico e simbolico al tempo stesso: il duello con la sciabola fra Cesare e il segretario politico (beniamino di Mussolini) Francesco Giunta. Il fatto si verificò a Roma nell’aprile del 1923, ed ebbe termine col ferimento di entrambi i contendenti. Su Cesare si abbatté una reazione a catena: nel dicembre di quello stesso anno, la giunta disciplinare del P.N.F. lo sospese da tutte le cariche ricoperte, lo sollevò dal ruolo di presidente di provincia e, in una sorta di climax discendente, lo espulse dal partito nel febbraio del 1924. Ma Cesare non era certo tipo da perdersi d’animo. Dopo lo scioglimento delle camere da parte di Vittorio Emanuele III nel gennaio di quello stesso anno, presentò con Raimondo Sala una lista fascista dissidente denominata Fasci nazionali. Ancora una volta, i vertici del P.N.F. non la presero bene: il 12 marzo Cesare fu bastonato e ferito presso la stazione centrale di Milano per mano di quella stessa squadra che il 10 giugno successivo si renderà responsabile dell’omicidio di Giacomo Matteotti. Le elezioni si svolsero il 26 aprile e Cesare risultò eletto, unico della sua lista.

Tuttavia altre (e più sostanziali) questioni contribuirono a scavare il solco fra il P.N.F. e Forni. Cesare, infatti, in quanto segretario dei Sindacati nazionali della provincia di Pavia (carica che ricopriva sin dal 1921), si era espresso contro il sindacalismo integrale di Rossoni, che prevedeva lo scioglimento e la successiva confluenza nelle corporazioni fasciste delle associazioni padronali. Progetto, questo, che il Rossoni riuscì a concretizzare in quattro, successive tappe: fra il 1924 e il 1925, con l’inglobamento della Confindustria nella Federazione italiana sindacati agricoli; il 2 ottobre del 1925, con gli accordi di Palazzo Vidoni, in base ai quali venne riconosciuta – dalla Confederazione nazionale delle Corporazioni sindacali e dalla Confindustria – la reciproca esclusività di rappresentanza dei datori di lavoro e dei lavoratori; il 3 aprile del 1926, con l’istituzionalizzazione dei sindacati fascisti e la legalizzazione del loro monopolio di rappresentanza (Contrattazione collettiva dei contratti); nel 1927, con la redazione della Carta del lavoro, testo basilare di quella dottrina sociale fascista volta a spegnere lo scontro di classe. Per Cesare, tutto ciò era vano, dannoso e nocivo: le vertenze fra operai e datori di lavoro dovevano essere affidate esclusivamente alla disponibilità e alla lealtà fra le controparti, e il regime fascista avrebbe dovuto limitarsi a far da garante alla corretta applicazione degli accordi stipulati. Di fatto, la posizione del Forni venne a coincidere con gli interessi della grande proprietà agraria lomellina (che spesso fu la prima a non rispettare i patti) e fece emergere la spaccatura fra un fascismo di matrice esclusivamente agraria e un altro di estrazione media ed urbana.

Un lungo tramonto

Tuttavia, sebbene ormai relegato ai margini del regime, Cesare si mostrò sempre leale a Mussolini. Più volte in aula votò la fiducia al duce, anche in occasione del delitto Matteotti. Nel 1926, cercò una riconciliazione con Mussolini per il tramite di un amico comune di vecchia data: Roberto Farinacci. Fra il 1927 e il 1929 lo troviamo nella Somalia italiana, impegnato a realizzare – peraltro senza successo – alcune opere di ingegneria agraria. Il suo unico mandato parlamentare ebbe termine nel 1929.

Dopo, sappiamo con certezza che si trasferì a Milano, esercitò la professione di funzionario INA e convolò a nozze con Maria Maddalena Pira di Dogliani. Incerti e contraddittori sono invece i dati politici degli ultimi anni. Alcune fonti dicono che fu riammesso nel P.N.F. nel 1933; altre sostengono che non solo non si vide mai reintegrato nei ranghi, ma fu tenuto sotto stretta sorveglianza ed addirittura arrestato nel 1941. Carlo, ad ogni modo, morì per un male incurabile a Milano, il 2 luglio 1943. I funerali si svolsero presso la basilica di San Lorenzo di Mortara. Migliaia di lomellini, fra i quali molti suoi vecchi avversari politici, seguirono il feretro in quella afosa e lontana giornata d’estate. Le sue spoglie riposano presso il piccolo cimitero di Tornaco (Novara), luogo di origine della famiglia. Di lui ci resta anche un piccolo diario. In alcune pagine di questo documento, Cesare formula, sul finire degli Anni Trenta, giudizi impietosi sull’amico di un tempo: Benito Mussolini.

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