È un peccato che Marcello Veneziani non abbia talento cinematografico (o magari lo ha senza esserne consapevole), perché la sua ultima fatica editoriale “C’era un volta il sud” uscita nel 2025 per la Rizzoli, raccoglie così tante testimonianze, scritte e fotografiche, che potevano ispirare un film. Non è un caso, forse, che dopo un’introduzione, Veneziani ci regala anche una sorta di sottotitolo interno al testo: “T’arrecuorde?” che ci fa vagamente ricordare l’”Amarcord” del capolavoro cinematografico di Federico Fellini che valse al regista il quarto Oscar come miglior film straniero. Forse Veneziani avrebbe voluto intitolare il suo volume proprio così: “T’arrecuorde?”, ma lui, o l’editore forse hanno temuto che apparisse di difficile comprensione per tutti i lettori e quindi “poco commerciale”.
Sembra che ci sia una nuova “tendenza” che ispira diversi intellettuali, in questo caso, di orientamento di Destra. Questo volume di Veneziani, infatti, ricorda molto nel progetto, nella costruzione e nella grafica, ai recenti libri di Giordano Bruno Guerri quali “D’Annunzio. La vita come opera d”arte” e “Benito. Storia di un italiano”; libri dei quali ho già parlato in passato in articoli specifici su Identitario.
Anche in “C’era una volta il sud”, infatti, Veneziani non si limita al testo scritto, ma arricchisce abbondantemente il volume di fotografie del passato, rigorosamente in bianco e nero, che non sono solo “decorative”, ma aiutano il lettore a meglio assimilare il contenuto del libro. Persino il titolo in copertina con caratteri dorati, somigliano alle scelte editoriali dei due ultimi libri di Guerri. Del resto, l’amicizia tra Veneziani e Guerri è ben nota.

Ancora emerge e s’intensifica col passare del tempo, un Veneziani che si ritrae nel privato, nell’interiorità, nel ricordo e si allontana dalla politica militante. Veneziani si fa pessimista, anche quando gli eredi del partito per il quale ha militato (l’MSI) sono al governo come primo partito italiano. O forse, proprio per questo, in quanto Veneziani si fa sempre più critico verso una Destra di cui condivide molte cose, ma non ne condivide altre, come la politica estera. Quindi Veneziani, si ritira nella cultura pura, nel pensiero, nel filosofeggiare, sebbene, alla fine, anche in “C’era una volta il sud”, emerge ugualmente il suo tratto “Rivoluzionario Conservatore” e il libro può essere inserito indirettamente, nel contesto della “metapolitica”.

Non è la prima volta che Veneziani ci parla del “sud”, e non solo perché Veneziani è meridionale. Per Veneziani – e questo è il nucleo del volume dell’autore – il Meridione è solo “il sud del sud”; ma il “sud” non è semplicemente un “luogo geografico” italiano o straniero, il “sud” è un luogo metafisico, “mentale”, è la provincia, il borgo, la campagna, è la realtà locale, con i suoi dialetti, con i suoi pregi e difetti, è il passato, un passato rurale fatto di contadini e allevatori di bestiame, o di pescatori, un mondo – Veneziani lo dice chiaramente – non solo luminoso, bensì fatto anche di grettezze, di arretratezze, di fatiche fisiche, un mondo arcaico che esercita ancora il suo fascino, ma fatto anche brutture dalle quali era necessario emanciparsi. Veneziani non propone la “restaurazione” di un mondo della Tradizione come un semplice reazionario, afferma che anche volendo sarebbe impossibile, comunque non auspicabile. Veneziani da Rivoluzionario Conservatore suggerisce di “conservarne la memoria”, tramandarla nel presente e proiettarla nel futuro. Propone un “ponte ideale” tra passato e futuro.
Del resto – e qui esulo dal testo di Veneziani – il Sud, è anche quello de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, uno dei capolavori della letteratura conservatrice italiana del 1958 e Premio Strega nel 1958, e infine, trasportato nel cinema nel 1963 da un “comunista aristocratico e conservatore” come Luchino Visconti, film che conquistò la Palma d’oro a Cannes. E sempre al Sud, Visconti aveva cantato le gesta dei meridionali in film come “La terra trema” o il dramma dell’emigrazione dal sud al nord in “Rocco e suoi fratelli”. Al mondo della provincia incontaminata dalla modernità del processo urbano e industriale, Adriano Celentano dedicò la sua più celebre canzone: “Il ragazzo della via Gluck”, mentre Mogol ha scritto testi per Lucio Battisti di uno degli album più riusciti: “Il nostro caro angelo”, con brani come “La canzone della terra” o “Le allettanti promesse”, testi che esaltano i valori del tradizionalismo rurale e ne critica le insidie della modernità urbana e industriale. Persino un cantautore di Sinistra molto radicale come Luigi Tenco, scrisse “Ciao amore, ciao” dove narrava l’alienazione dei cittadini che da sud dovevano emigrare al nord, passando da un lavoro agreste a un lavoro di fabbrica. E come dimenticarsi Pier Paolo Pasolini che da “marxista-eretico” come lui stesso si definiva, presagiva la crisi del marxismo con la fine del mondo contadino, laddove, per Marx l’urbanizzazione e l’industrializzazione erano le premesse per la lotta di classe. Pasolini fu cantore del mondo rurale come mondo di una tradizione dal sapore sacro. E poiché ognuno ha il suo “sud”, si pensi al romanzo “Via col vento” di Margaret Mitchell, trasportato in cinema da Victor Fleming, recentemente accusato di razzismo dall’ideologia “Woke”, e messo perciò all’indice.
Sulla contrapposizione tra “innovatori” e “conservatori”, durante il periodo fascista, si confrontarono i due movimenti “Strapaese” e “Stracittà”, dimostrazione che il fascismo, pur regime, non azzerava assolutamente una vivace dialettica interna. A cercare una conciliazione tra le due visioni, appare un film come “4 passi tra le nuvole” di Alessandro Blasetti (1942), considerato furbescamente dai disinformatori di professione un film neorealista polemico col fascismo, laddove, Blasetti – regista di punta del fascismo – indicava, a suo parere, un possibile punto di conciliazione tra un mondo agrario che doveva emanciparsi e un mondo urbano che rischiava di corrompersi nei suoi costumi borghesi, e la via di equilibrio era proprio nella dottrina fascista.

Per tornare e restare a “C’era una volta il sud”, il libro narra il Meridione che occupa un posto speciale nella privata geografia dei sentimenti dell’autore: il sud come ‘infanzia del mondo, provincia dell’universo, luogo d’ombre e di luce della nostalgia, casa dei miti’. In questo straordinario libro illustrato, la nostalgia per il mondo di ieri si combina con la fascinazione per l’immagine fotografica: foto paesane e famigliari, scene di quotidianità domestica. Di vita di campagna e ai bordi del mare, ritratti di antenati, primi piani, gruppi di famiglia, figure curiose, matrimoni, funerali, processioni e feste patronali. Il risultato è un viaggio di immagini e pensieri nel sud e nella fotografia, nei sentimenti e nei ricordi che suscitano, alla ricerca di un mondo e di un tempo perduti per metterne in salvo la memoria prima che cali l’oblio.
Il libro – come detto – è in bilico tra nostalgia e repulsione. Basti riportare questo passaggio fondamentale del suo libro: “Chi si aspetta a questo punto il rimpianto per quel tempo resterà deluso. Primo perché quel mondo era anche duro, aspro, povero, affamato, scalzo, forse più ingiusto del nostro, e manesco. Forti erano le disparità, i classismi. Secondo, perché ogni epoca ha i suoi progressi e i suoi regressi, le sue conquiste e le sue perdite, e non ha senso rimpiangere gli uni senza considerare pure gli altri. Bisogna saper commisurare entrambi sui due piatti della bilancia, senza cedere a sguardi unilaterali. Terzo, perché anche a voler tornare indietro, quel mondo è finito e non tornerà più: è impossibile, perfino ridicolo, immaginare di ripristinarlo o di riportarlo artificiosamente in vita. E non riusciremmo più a vivere in quel modo, in quel mondo, in quelle condizioni”.
Al termine del libro, v’è una “dichiarazione d’amore al sud”, e infine, una serie di riflessioni filosofiche sulla fotografia, sul suo passato, sul presente e sul suo possibile futuro.
Un libro imperdibile.




