Anime interstellari. Interstellar o il destino dello spirito faustiano

Set 2, 2026

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Il mondo di Interstellar si apre su una società che ha smesso di guardare lontano. Le città sono scomparse, mangiate da distese di campi. L’ambizione, beh, è stata rimpiazzata dall’istinto di sopravvivenza, mentre la polvere si accumula sugli ultimi resti di una civiltà un tempo protesa verso l’infinito, e ormai giunta alla propria fase terminale. Si tratta di qualcosa di molto simile a ciò che Oswald Spengler descrisse ne Il tramonto dell’Occidente (1918-1922): quel fatidico momento in cui una cultura smarrisce il proprio slancio interiore per rassegnarsi all’inerzia. Le conoscenze, quelle rimangono, come pure la tecnologia. E’ la direzione che viene meno. L’orizzonte si restringe fin quasi a scomparire. Si è smesso di sognare le stelle o di voler conquistare il mondo: tirare a campare, un giorno dopo l’altro, basta e avanza.

Quanto alla scuola, vi si insegna una storia riscritta, che, quando non le nega del tutto, tende a ridimensionare deliberatamente le grandi imprese del passato. Esplorare nuove vette è diventato per tutti un lusso irresponsabile, uno spreco di risorse. Le istituzioni che sopravvivono sopraffatte e schiacciate dall’urgenza immediata, in particolare, sono il segno più evidente di una cultura che ha rinnegato la propria natura più profonda. Spengler identificava in un simile frangente il passaggio dalla Kultur alla Zivilisation: l’irrigidirsi di una forza creativa viva in una struttura senz’anima. L’Occidente, quello stesso che per secoli aveva inseguito l’illimitato, pare adesso cercare rifugio nientemeno che nel comfort del limite.

Lo spirito faustiano, al contrario, nasce precisamente dal rifiuto del limite. È una tensione incessante verso ciò che sta oltre, una sofferta brama di vincere e superare ogni confine visibile, un tendere alla distanza come se essa stessa chiamasse alla sua conquista. Le cattedrali gotiche si slanciano verso il cielo come se la pietra volesse sfuggire alla terra. La prospettiva rinascimentale apre profondità infinite dentro superfici piane e immote. Il progresso scientifico disseziona il mondo in leggi che si estendono al di là della percezione umana, mentre le campagne pionieristiche trasformano oceani e continenti in mappe, rotte, coordinate. Tutto, nella civiltà faustiana, scaturisce dalla medesima fame di infinito: una spinta ostinata e irrequieta a soverchiare e travalicare qualunque paletto, qualunque vincolo, qualunque confine, con ogni mezzo.

In L’uomo e la tecnica (1931), Spengler rappresenta la tecnica come l’esito di uno scontro atavico tra la volontà umana e la forza della natura. L’uomo primitivo è un predatore: un essere definito dalla sua arguzia, dalla sua abilità, dalla capacità di piegare il mondo ai propri scopi. Da questa tensione nasce la tecnica: non semplice strumento, ma vera e propria estensione della volontà. Ogni macchina, ogni sistema, ogni progresso rappresenta un passo ulteriore nel tentativo umano di imporre ordine al caos. Nella civiltà faustiana, questo processo raggiunge il suo punto apicale. La macchina cessa di essere soltanto una cosa utile e diventa una manifestazione spirituale, forma concreta della volontà d’infinito rappresa nella materia. In Interstellar, però, questa tensione pare sepolta sotto anni di stanchezza, paura e disillusione. Non è scomparsa, no. Semplicemente, attende.

La custodisce Cooper, un pilota costretto a fare il contadino, un uomo nato per volgere gli occhi al cielo, obbligato suo malgrado a tenerli ben fissi sulla terra. Il richiamo della distanza, però, continua a vivere in lui. Anche mentre lavora nei campi, il suo sguardo torna sempre alle stelle. È questo che lo definisce. Appartiene a un mondo che ha rinunciato all’infinito, ma dentro di sé conserva ancora il ricordo di un’umanità che non accettava limiti. Spengler avrebbe visto in lui l’ultimo superstite di un tempo trascorso: un uomo che continua a vivere secondo una forma spirituale che la civiltà intorno a lui ha ormai dimenticato.

La scoperta del progetto segreto della NASA segna un drammatico punto di svolta. Sotto la superficie, lo spirito faustiano riprende a respirare. Il wormhole nei pressi di Saturno appare come una ferita aperta nel tessuto della realtà: un varco verso l’ignoto, un’inattesa chance di restituire direzione, senso all’umanità. Una chance che richiede una risposta organizzata, nella forma di una missione retta dal calcolo, dalla disciplina, dalla precisione tecnica. Lo spirito faustiano, infatti, non si limita a desiderare una fuga verso l’altrove, ma provvede anche a mettere a punto, sviluppare e costruire la tecnologia necessaria per mutare il miraggio in realtà. Nell’attraversamento del wormhole si concretizza proprio questo decisivo passaggio: il sogno che si trasforma in struttura, la visione che si fa azione.

Nella stessa missione, però, la medesima tensione prende vita in due strategie distinte, fra loro assai diverse. Il Piano A mira a salvare l’umanità come continuità vivente, traghettandone l’esistenza oltre la Terra e prolungandone la storia nel cosmo. Il Piano B, invece, immagina una genesi artificiale, un futuro progettato e non ereditato, irrimediabilmente scisso dalla memoria, dalla tradizione, dal passato e dalle sue vestigia. Entrambi i piani nascono dalla stessa volontà di superare i limiti terrestri, ma divergono profondamente nella loro implementazione e nel significato che la sottende. Uno, infatti, vorrebbe salvare una civiltà viva, proiettandola nello spazio. L’altro, al contrario, ha ormai accettato la sua fine, e prova a sostituirla con qualcosa di nuovo, prodotto interamente dalla tecnica.

L’adesione del professor Mann al Piano B è un chiaro esempio di ciò che accade quando lo spirito faustiano degenera in qualcosa di assai più angusto. Mann possiede intelligenza, competenza, capacità tecnica, ma gli manca una vera disciplina interiore. La sua scelta è sintomo di una vigliaccheria camuffata da saggia ponderazione. Dinanzi alla prospettiva di trovarsi solo, isolato su un pianeta morto, egli si ripiega su sé stesso e mette la propria sopravvivenza al primo posto, sopra anche al bene della missione e al destino collettivo che essa rappresenta. In questo senso, egli incarna l’oscura deriva preconizzata da Spengler, per cui la tecnica si separa dalle proprie radici spirituali per farsi puro strumento di conservazione. Così, essa cessa di costituire un mezzo al servizio di un bene e di una sorte comuni, riducendosi a una mera soluzione tecnica che, privilegiando la sicurezza materiale immediata, non esita ad abbandonare una civiltà al suo destino, recidendo ogni legame con le sue origini.

Le azioni di Mann tradiscono una profonda paura dell’infinito. Il pianeta alieno annienta la sua volontà, e la solitudine lo porta a darsi alla menzogna. Mann falsifica i dati, manipola i compagni, e pervicacemente, non disdegnando la violenza, fa di tutto per salvarsi la pelle. Colui che era stato definito dai colleghi “il migliore di noi” si rivela invece l’emblema di un collasso spirituale occultato e mascherato da una parvenza di razionalità. Proprio in simili figure, Spengler identifica una civiltà al suo tramonto: l’intelligenza persiste, ma ogni residua scintilla eroica è purtroppo svanita. Nelle mani di Mann, il Piano B diviene una fuga dall’infinito travestita da slancio verso di esso. Il rischio e l’incertezza vengono scientemente rimossi in favore di una soluzione controllata, sterile, tecnica.

Cooper, al contrario, rappresenta il volto più autentico dello spirito faustiano. La sua fede nel Piano A nasce naturalmente dal suo desiderio di salvare l’umanità come realtà viva, come continuità storica e affettiva. Anche quando questo pare impossibile, il suo agire continua ad essere sotteso dall’imprescindibilità di un legame: con Murph, con la Terra, con un destino condiviso che supera la semplice sopravvivenza individuale. Nel suo rapporto con l’ignoto non cova una banale smania di ritrarsi dalla contingenza, bensì una ricerca, una ricerca di senso. Per Cooper, infatti, l’infinito non è un luogo in cui nascondersi. È un varco da attraversare.

In ciò, l’astronave Endurance incarna perfettamente lunione tra tecnica e visione che definisce il culmine dello spirito faustiano. La sua struttura rotante genera gravità artificiale, ordine fermo nel volgere del vuoto cosmico. Simboleggia il dominio tecnico che flette i limiti naturali, il calcolo che trionfa alimentato dall’immaginazione. Senz’altro, Spengler individuerebbe in una simile macchina il culmine della civiltà faustiana, apice climatico di una cavalcata per cui la volontà d’infinito assume finalmente una forma concreta capace di proiettare l’uomo nello spazio profondo.

Tale superba conquista, tuttavia, reca inevitabilmente con sé anche una dimensione tragica. Per Spengler, la tecnica sospinge l’umanità lungo un cammino destinato a esaurirsi. Anche quella dell’Endurance è un’avventura caratterizzata da schemi fragilissimi, risorse limitate, rischi continui. Ogni passo in avanti aumenta la posta in gioco. Ogni errore, ogni minimo errore può essere fatale. Lo stagliarsi di Gargantua, lo sterminato buco nero, porta questa tensione al suo grado estremo. Il tempo si spezza, la gravità deforma la realtà e gli esploratori si trovano al cospetto di forze che si attestano del tutto oltre il loro controllo. In Gargantua, lo spirito faustiano si trova faccia a faccia con l’immensità che ha inseguito nei secoli, e in tale incontro, tutti i suoi limiti si fanno d’un tratto tangibili.

La sequenza del tesseratto spinge quest’esperienza oltre ogni soglia immaginabile. Spazio e tempo si aprono come dimensioni attraversabili, osservabili dall’interno, influenzabili. Cooper si addentra in una struttura che gli consente di agire mediante differenti livelli spazio-temporali, guidando Murph verso la soluzione fatidica, salvifica per l’umanità intera. È il punto di non ritorno della ricerca faustiana, con il conoscere che si spinge fin quasi a lambire l’anima più recondita dell’Universo. Si tratta indubbiamente di una forma di trascendenza, ottenuta non con la contemplazione, ma grazie alla tecnica. L’ultimo, vertiginoso slancio verso l’infinito.

La scoperta di Murph salva la Terra. L’umanità abbandona la sua casa morente e si trasferisce altrove, su immense stazioni orbitanti, habitat artificiali che ricreano fedelmente la vita terrestre, preservando la continuità della specie in ambienti completamente controllati. A prima vista, potrebbe sembrarci il trionfo definitivo dello spirito faustiano: l’uomo vince il declino e si espande, pronto a colonizzare altri mondi. Eppure, da una prospettiva spengleriana, un simile finale rimane terribilmente ambiguo. L’umanità si espande, sì, ma la sua natura rimane invariata. Sistemi chiusi prendono il posto dell’orizzonte. L’infinito diventa amministrato, regolato, stabilizzato. Le stazioni spaziali rivelano una civiltà che ha raggiunto con successo il suo massimo sviluppo tecnico, smarrendo però il proprio originario fulgore vitale. Lo spirito faustiano sopravvive, ma ormai è costretto a muoversi entro i limiti di strutture che ne soffocano inesorabilmente la spontaneità. E’ curioso: la tecnica tocca il proprio zenit, e contestualmente la forma culturale che le dà senso si irrigidisce definitivamente.

E’ proprio qui, però, che la scelta finale di Cooper assume il suo significato più profondo. Invece di restare in questa nuova, ordinata sicurezza, egli parte di nuovo, e parte da solo, ancora una volta, verso l’ignoto, alla ricerca di Brand. Si tratta di un gesto che richiama lo spirito faustiano nella sua forma più cristallina: l’insopprimibile bisogno di andare oltre non perché ciò sia necessario, ma perché, semplicemente, sarebbe impossibile fare altrimenti. Come se una fiamma ancestrale continuasse ancora a mandar luce.

Interstellar, di tutto ciò, costruisce una rappresentazione stratificata, malinconica e profondamente tragica, in cui declino, sopravvivenza, trasformazione ed espansione convivono nel medesimo arco narrativo. Lo spirito faustiano si palesa come memoria sepolta, dominio tecnologico, degenerazione nell’istinto di conservazione e rinnovato slancio sull’orlo dell’abisso, e attraverso Cooper e Mann, il Piano A e il Piano B, Nolan mette in scena due possibili esiti di un medesimo fato.

Alla fine della fiera, Interstellar si approssima marcatamente alla visione spengleriana, pur introducendovi una tensione dissonante. La civiltà seguita ad avanzare, il progresso tecnologico che se ne origina prosegue spedito, e l’umanità conquista spazi sempre più remoti. Irrisolta, però, resta la domanda decisiva: che cosa ne sarà della sua anima? La brama di infinito non si arresta, e trascina con sé il retaggio dello spirito faustiano verso territori sconosciuti. Non sappiamo se si tratti di una rinascita o, piuttosto, dell’ultimo estendersi di un ciclo ormai prossimo a esaurirsi. E non è un caso che il film si chiuda proprio su tale ineffabile sospensione: tra il mondo chiuso della stazione orbitante, e un cammino aperto e affascinante che si perde oltre il firmamento. Oltre le stelle.

Link al libro: www.inquadratureperfette.it/prodotto/anime-interstellari/