C’è una domanda che attraversa come un fiume carsico la Storia, e che ogni tanto riemerge con prepotenza: sono i grandi uomini a forgiare gli eventi, o sono gli eventi a cercarsi i loro interpreti? Lo chiedeva Tolstoj a proposito di Napoleone, riducendo il presunto “grande condottiero” a un fantoccio della volontà popolare. Lo ripeté Mussolini nel celebre Soliloquio sul Garda dell’aprile ’45: «Non ho creato il fascismo, l’ho tratto dall’inconscio degli italiani. Nessuno può essere più grande della sua epoca». Proprio questo cortocircuito tra individuo e destino collettivo fa da sfondo filosofico, quasi inconsapevole, all’ultimo film che prova a raccontare l’impresa più visionaria e controversa del Novecento italiano: Alla festa della Rivoluzione, uscito nelle sale il 16 aprile 2026, firmato dal regista e direttore della fotografia Arnaldo Catinari e co-sceneggiato con Silvio Muccino.
Il titolo è un prestito dichiarato dal saggio di Claudia Salaris del 2002, quel volume che per primo lanciò la lettura “sessantottina” di Fiume: non solo avamposto nazionalista, ma laboratorio di costumi libertari, utopia realizzata ante litteram. Un’interpretazione ripresa anche da intellettuali come Mirella Serri (che non sospetta certo di simpatie fasciste), capace di parlare di “legionarie che anticiparono il ’68”. Ma il film di Catinari è davvero solo questo? Proviamo a districare ciò che funziona, ciò che stride e il nodo irrisolto al centro di ogni racconto su D’Annunzio.
Fiume, 1919-1920. Mentre a Parigi le potenze vincitrici ridisegnano i confini dell’Europa, Gabriele D’Annunzio, alla testa di un gruppo di legionari, occupa la città il 12 settembre 1919, trasformandola in un laboratorio politico senza precedenti: la Reggenza italiana del Carnaro. Catinari non costruisce un film biografico né un documentario. Sceglie invece la via del dramma politico e sentimentale, intrecciando i destini di tre personaggi fittizi (più una nutrita galleria di figure storiche). Accanto alla spia italo-sovietica Beatrice Superbi (Valentina Romani, già vista in Mare Fuori), compaiono il medico anarchico Giulio Leone e il capo dei servizi segreti italiani Pietro Brandi. Tutti e tre si muovono in un clima di ebbrezza rivoluzionaria, tra attentati, passioni traditrici e giochi di spionaggio internazionale. Sullo sfondo, il vero centro di gravità: Gabriele D’Annunzio, interpretato da un Marco Lombardi semplicemente perfetto. Tutto ciò, calato in una struttura da film di vendetta, tardo spaghetti-western con venature di poliziottesco anni ’70, dove la vendetta personale si intreccia con una sorta di strategia della tensione. Non manca nulla: abbiamo infatti servizi segreti sovietici, italiani, americani, una “superloggia” massonica e un cattivo di turno (Riccardo Scamarcio nei panni del Brandi) che svelerà la trama nera.

Cosa funziona (e sorprende)
Lombardi restituisce il Vate così come ce lo si può figurare. Ed è qui che si pone una novità indubbia rispetto alla vulgata: Catinari compie una scelta coraggiosa. Il suo D’Annunzio non è il narcisista patologico, l’eroinomane circondato da prostitute che l’immaginario comune ha consegnato. Lo vediamo invece contemplativo, forse ingenuo sul piano politico, ma autenticamente animato da un sogno rivoluzionario. Un poeta guerriero che crede nella propria utopia, e che per questo riesce a essere credibile, quasi commovente, nella sua grandezza colma di contraddizioni. Piacione, metrosessuale, volubile, ma mai macchietta. Il vero motore narrativo del film, però, sono le donne. Beatrice, Sara (la moglie del medico anarchico), le figure femminili che popolano la Fiume dannunziana: tutte vengono ritratte come astute, radicali, animate da spirito di vendetta.
I temi della vendetta e del riscatto emergono con forza, ma sono approcciati con una notevole maturità. Non si tratta, infatti, di semplici ripicche personali: la vendetta viene sublimata e incanalata nella dimensione politica. È qui che si coglie il messaggio più autentico e, in fondo, più costruttivo del film. Quando tutto sembra perduto – la famiglia, la patria, l’onore – resta una forma di fede: non quella individualistica e disperata di un esistenzialismo senza trascendenza, destinato a sfociare nel nichilismo, ma una fede politica orientata al bene comune, alla possibilità di un futuro diverso.
Catinari e Muccino inseriscono anche scambi che strizzano l’occhio a un pubblico colto. Quando D’Annunzio chiede alla Superbi: «Vuoi essere la mia musa?», lei replica: «Potrei essere la tua Moira». È un momento che può passare inosservato, ma che acquista spessore per chi ne riconosce il riferimento. Non mancano, tuttavia, alcune ingenuità narrative: certe sottotrame risultano forzate, quasi caricaturali, e alcune scelte di ambientazione appaiono poco credibili. Emblematica, in questo senso, è la resa di Fiume attraverso la piazza della Libertà di Udine, con tanto di leone veneziano: un dettaglio suggestivo sul piano visivo, ma storicamente incoerente, dal momento che Fiume non è mai stata sotto il dominio della Serenissima. La voce fuori campo iniziale, poi, è chiara: Fiume è la città dei poeti, il primo Stato al mondo a riconoscere l’Unione Sovietica, un laboratorio che cerca sponde internazionali tra Mussolini (la lettera censurata sul Popolo d’Italia) e Mosca. Il film non inventa gli ammiccamenti con i sovietici: li romanza, ma non li tradisce.

Cosa non funziona
Forse l’unico vero errore di casting. Non è questione di baffi o barba, né di orge stile Eyes Wide Shut. È che si vede troppo il cantante, troppo poco l’esoterico editore della rivista Yoga. Un peccato.
Mitragliatrici del 1945 nel 1919, auto fuori epoca. A uno storico darebbero fastidio. A chi ama il cinema di genere, forse meno. Più difficile digerire la scena in cui massoni, CIA e Ceka si riuniscono in una loggia occulta per decidere le sorti del mondo. La Carta del Carnaro. Proprio qui si situa il limite più evidente del film, quella straordinaria costituzione che è ancora modello di ispirazione, in particolare sui temi del lavoro come fondamento politico (il sistema corporativo), della funzione sociale della proprietà e della politicizzazione della cultura (arte, musica, educazione) che non può e non deve essere neutra. Qualche articolo enunciato in sottofondo, e poi l’impressione che l’utopia fiumana venga ridotta a un “anarchismo edonistico”. Peccato, perché proprio lì risiedevano le novità più radicali e feconde, quelle che avrebbero meritato una trattazione più profonda.
Il culmine drammatico del film coincide con la presentazione radiofonica della Costituzione del Carnaro: mentre D’Annunzio pronuncia un discorso enfatico, l’arrivo dell’ambasciatore russo viene oscurato dalla notizia che dietro l’attentato subito pochi giorni prima vi sarebbero i servizi segreti sovietici, compromettendo così ogni possibile alleanza. A dare questa notizia è Pietro Brandi, figura ambigua del governo rivoluzionario. Solo progressivamente emerge una verità più complessa e meno esplicita, che suggerisce responsabilità interne e sposta il significato politico dell’episodio. Ne risulta una scelta narrativa chiara: segnare le distanze tra D’Annunzio e il nascente fascismo, anche se il film avrebbe dovuto approfondire maggiormente questa linea. Il problema vero, e qui l’analisi incrocia la riflessione iniziale, è che D’Annunzio non si può collocare stabilmente all’interno di una ideologia, ma soprattutto non lo si può depotenziare. Se lo riduci a stereotipo, il film perde valore. Se invece lo restituisci nella sua interezza di “uomo eccezionale, al di là del bene e del male”, allora l’immagine che trasmetti è intrinsecamente potente. L’eroe non è mai democratico. E chi prova a usarlo per un messaggio di critica rischia di vederlo sfuggire di mano. Alla festa della Rivoluzione sceglie la seconda strada. Non lo depotenzia. Anzi, lo rende contemplativo e idealista, forse ingenuo, ma mai ridicolo. Per questo, nonostante i suoi limiti, resta un’opera più onesta e interessante di molti film italiani che hanno trattato – o tentato di trattare – la figura del Vate.
Un’ultima suggestione, che si riallaccia anche alla tesi di Tolstoj e ci permette di comprendere più a fondo quella del film: il cattivo Scamarcio dice: “Cercate il grande leader, il Lenin, il D’Annunzio, il Mussolini? Sono solo controfigure. Questa è l’epoca in cui il popolo vuole vedere ammazzati i padroni. Chiunque va bene.” Una frase che, in un attimo, esprime efficacemente la sete di giustizia di quell’epoca. Alla festa della Rivoluzione è un film ambizioso, a tratti diseguale, ma mai banale. Regge grazie alla forza dei suoi personaggi, a un D’Annunzio finalmente restituito nella sua complessità umana al di là della caricatura, e a una sceneggiatura che, nonostante qualche eccesso da spy-story, sa regalare momenti di autentico spessore. Lascia perplessi – l’abbiamo detto – la superficialità con cui viene trattata la Costituzione del Carnaro (vero cuore politico dell’impresa fiumana) e la scelta di risolvere l’intrigo con un solo colpevole forse troppo scontato. Resta tuttavia un’opera che interroga lo spettatore sul rapporto tra disperazione individuale e impegno collettivo, tra vendetta e riscatto, tra nichilismo e fede politica.




