Accelerazionismo o sovrumanismo. Due visioni oltre il declino: accelerare il crollo o trasformare l’uomo.

Mar 12, 2026

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Non tutte le idee si equivalgono. Quando tutto è marcio, la volontà di conservare vale meno della voglia di bruciare tutto. È così, non posso farci niente. La civiltà occidentale sta marcendo dall’interno. Anche se continua a crescere, ogni giorno le costa di più restare in piedi, perché non ha più un principio che la guidi. L’Occidente è stanco di essere sé stesso e si lamenta di un’eredità sempre più pesante. Atlante vacilla, le gambe gli cedono.

Eppure, nonostante tutto, il nostro Occidente resta profondamente segnato dal cristianesimo. È difficile liberarsene. Uno dei segnali più evidenti è la paura dell’Apocalisse. Torna ciclicamente, soprattutto nei momenti di crisi: la paura di una catastrofe finale che cancelli il mondo così com’è. Tra gli intellettuali è quasi diventato un gioco prevedere il crollo della civiltà e cercare nuovi segnali che lo annuncino. È nato persino un campo di studio che pretenderebbe pure rilevanza scientifica: la collassologia.

Ma sappiamo davvero cosa sia il “crollo” di una civiltà? Non è affatto scontato. Siamo abituati a immaginare solo rovine e rimpianti, come se su una civiltà morta non potesse più crescere nulla. In realtà non è così. L’Impero romano d’Occidente è un esempio chiaro. Si parla di “caduta”, ma in realtà quello che è successo è semplice: un impero già in declino smette di esistere quando l’imperatore viene deposto e nessuno lo sostituisce. Nessuna catastrofe epocale, nessun dilagare di saccheggi. Nuove strutture politiche emergono, e l’eredità di Roma continua in altre forme. La paura del crollo nasce dal rifiuto di una verità semplice: tutto ciò che inizia, prima o poi finisce. E ogni fine apre la strada a qualcosa di nuovo.

Detto questo, le nostre società sono fragili. Sono diventate troppo complesse. Talmente complesse che non è detto riescano a mantenere la loro forma attuale. Come si sostituiscono gli ingegneri che tengono in piedi le infrastrutture quando l’istruzione è così bassa da non sapere come rialzarsi? Mentre scrivo, vedo un camion della spazzatura sollevare un cassonetto con un braccio meccanico. Ci rendiamo conto che basterebbe un piccolo gruppo di persone determinate a sabotare questi mezzi per gettare una città nel caos? Una società complessa si regge su interdipendenze fortissime: quando qualcosa si rompe, tutto il resto ne risente.

Molti avvertono che l’Occidente, nonostante la tecnologia, è arrivato al capolinea. È come se fosse svuotato. La sua forma attuale sta vivendo gli ultimi sussulti, anche se non possiamo ancora dichiararlo morto. Io vedo solo due strade per uscire da questo vicolo cieco e non cadere nel pessimismo totale: accelerazionismo o sovrumanismo. Non posso dirvi quale scegliere: io stesso mi muovo continuamente sul confine tra i due. Potreste anche decidere a caso, con una moneta, senza paura di sbagliare.

L’accelerazionista è il più fatalista. Se la società è destinata a crollare, tanto vale spingerla oltre il punto di non ritorno, accendere l’ultima scintilla e bruciare tutto. Andarsene secondo i propri termini, insomma. E, a pensarci bene, come non desiderare che tutto bruci? Tutto è marcio in quel di Francia. Siamo diventati un popolo di consumatori e contribuenti, pronti solo a chiedere che lo Stato occupi sempre più spazio nelle nostre vite. Non c’è grandezza, non c’è bellezza: solo una realtà grigia, fatta di persone senza sogni che si lasciano sostituire, purché qualcuno prometta che “questa volta” l’uguaglianza arriverà domani.

Questo non rende l’accelerazionismo un pessimismo senza speranza. Al contrario: c’è un che di liberatorio nell’idea di spezzare le catene di un mondo morente, di chiudere i conti e infrangere ogni giuramento. Ma c’è un problema: vivere liberi da una società morente significa anche attaccarla, abbreviarne la sofferenza — e forse anche la nostra. L’accelerazionista non è un solitario: se vuole davvero facilitare l’arrivo del mondo nuovo, deve unirsi ad altri, entrare in una comunità o crearne una. Le istituzioni muoiono, ma il potere non sparisce: cambia mani. E dopo il “collasso”, l’accelerazionista deve poter influenzare il futuro. Da solo non ce la farebbe.

Il sovrumanismo è la versione ottimista dell’accelerazionismo. Forse meno realistica, questo sì. Ispirato a Nietzsche, propone di far evolvere la società, di svegliarla dal torpore rompendo radicalmente con valori ormai vecchi, andando “oltre il bene e il male”. Non è un’impresa facile, e non sappiamo quanto tempo ci resti. Ma una rigenerazione dei valori potrebbe salvarci, se avvenisse in tempo.

Per me il sovrumanismo può nascere solo come un percorso individuale, almeno all’inizio. Le masse sono già entrate in politica da tempo — e peggio ancora: ci sono state trascinate e vi sono affogate. Si muovono in un gioco truccato in cui credono di avere tutto il potere, ma in realtà non ne hanno alcuno. La frammentazione politica le ha rese aggressive e rancorose. È questo che la democrazia ha fatto di noi: belve che, ogni cinque anni, sperano di schiacciare gli avversari e imporre la propria visione. Il buon senso non conta più: conta solo l’ideologia. Le persone non hanno più valore, contano solo le loro idee.

Se vogliamo ridare all’uomo la sua forza e la sua lucidità, dobbiamo restituirgli uno spirito libero e indipendente, spezzare le catene forgiate dai benpensanti di ogni parte. E questo deve partire da una persona alla volta. Persone che rialzano la testa, che hanno abbastanza orgoglio e coraggio da pensare con la propria testa, senza farsi riempire il cervello. E che poi diventano esempio per altri. È già cominciato, e forse ne conoscete qualcuno. Vedremo cosa succederà.

Non tutte le idee si equivalgono. È tempo di smettere di ascoltare chi racconta un Occidente idealizzato, senza difetti, che preferisce chiudere gli occhi e ignorare la realtà: le nostre società stanno deperendo, si contorcono nel dolore. Ma possiamo ancora trovare un motivo di speranza: la gioia della lotta. Non la lotta per difendere l’Occidente, né contro di esso, ma contro i suoi demoni interiori.

Qualunque cosa accada, l’eredità che abbiamo ricevuto è enorme: nessuna civiltà ha costruito tanto. Allora perché questi volti tristi? Perché questi sguardi spaventati? Guardate piuttosto il privilegio che è il nostro: consumarci completamente nel compito. Soffiare sulle braci o spiegare nuove vele. E con noi, il diluvio.

Link all’articolo originale: https://institutgeorgesvalois.fr/accelerationnisme-ou-surhumanisme

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